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centro culturale
"ANTONIO GRAMSCI"
Busto Arsizio - Olona - Ticino

 

 

LA NASCITA DEL PCd'I

La scissione dei comunisti dal Partito Socialista Italiano avvenne sui famosi 21 punti di Mosca, che delimitavano in modo netto la differenza delle posizioni politiche dei rivoluzionari da quelle dei riformisti e che costituivano le condizioni per l'ingresso nell'Internazionale Comunista, che aveva come obiettivo principe l'estensione della rivoluzione proletaria su scala mondiale. Il nuovo Partito, che era guidato da Amadeo Bordiga, era un partito piccolo e settario. Nel 1924 Antonio Gramsci, con l'appoggio dell'Internazionale comunista, divenne segretario nazionale ed il passaggio da Bordiga a Gramsci fu sancito definitivamente nel 1926 con l'approvazione durante il III Congresso nazionale a Lione delle tesi politiche di Antonio Gramsci con oltre il 90% dei voti.

 

LA SOPPRESSIONE NEL VENTENNIO FASCISTA

Il P.C.d'I. venne soppresso dal regime fascista il 5 novembre 1926. Il partito venne ricostituito clandestinamente, in parte rimanendo in Italia, in parte emigrando all'estero verso la Francia e l'URSS. In accordo con il PCUS, partecipa alla guerra di liberazione con gli alleati e le altre forze politiche che fanno parte della Resistenza.

 

DAL PCd'I AL PCI

Il 15 maggio 1943, in seguito allo scioglimento dell'Internazionale Comunista, assunse la denominazione di Partito Comunista Italiano (PCI), e nel settembre dello stesso anno partecipò ai Comitati di Liberazione Nazionale per marcare la resistenza al fascismo e all'occupazione nazista, insieme agli altri partiti di centro e di sinistra.

 

ANNI QUARANTA: LA LIBERAZIONE E L’ITALIA REPUBBLICANA

A seguito della Liberazione, la guida del PCI viene assunta da Palmiro Togliatti, che sostiene la consegna del potere democratico nelle mani del proletariato e stringe legami con il PCUS. Con l'entrata in vigore della Costituzione Italiana, il PCI insegue gli obiettivi di organizzare movimenti di piazza ed egemonizzare la produzione culturale puntando sulla forza operaia, che all'interno del partito rappresenta il 40%.

 

I RAPPORTI CON L’UNIONE SOVIETICA

Il PCI è stato per un lungo periodo sovvenzionato notevolmente dai sovietici: ex dirigenti del partito hanno spiegato, dopo il dissolvimento dell'Unione Sovietica, in che modo e in quale quantità ricevessero tali sovvenzioni. Diversi libri son stati pubblicati riguardo questi contributi finanziari provenienti dal PCUS, definiti da alcuni l'oro di Mosca, ma gli storici non hanno ancora chiarito quando esattamente iniziarono e finirono tali finanziamenti. Sempre dopo la fine del regime comunista sovietico, la magistratura russa inviò in Italia investigatori che con l'aiuto di alcuni magistrati italiani cercarono di chiarire la modalità e la entità di questi finanziamenti: fu fatta parzialmente luce su certe situazioni ma ancora non si sa esattamente la entità totale dei finanziamenti. Oltre ovviamente l'attività politica, significativa testimonianza di legame e dipendenza dai sovietici era la pubblicazione periodica di una rivista della UISP, ossia l'associazione sportiva del PCI, che tuttora esiste e che all'epoca era marcatamente filosovietica. Nel 1956 il PCI appoggia l'URSS nella crisi d'Ungheria e, in seguito alla morte di Togliatti (1964), si apre un forte dibattito nel partito tra chi segue le revisioni di Krusciov e chi invece difende Stalin e/o si schiera con Mao. I maoisti vengono espulsi dal partito. Nel 1966 a Livorno da una scissione a sinistra dal PCI di Longo nasce il Partito Comunista d'Italia (marxista-leninista). Nel 1972 diventa segretario Enrico Berlinguer, che, sulla suggestione della crisi cilena, propone un compromesso storico tra comunisti e cattolici democratici, che sposti a sinistra l'asse governativo, trovando qualche sponda nella corrente democristiana vicina a Aldo Moro. I rapporti con l'Unione Sovietica si allentano, nasce la linea "euro-comunista" che cerca una qualche indipendenza dai Sovietici ma durera' poco per il riallineamento del Partito Comunista Francese all'URSS, il calo del peso elettorale dei comunisti spagnoli e l'acutizzarsi delle differenze interne nello stesso PCI.

 

SOLIDARIETA’ NAZIONALE

Nella seconda metà degli anni '70 si acuiscono le tensioni sociali e politiche. La crisi economica-energetica, la disoccupazione, gli scioperi, il terrorismo convergono verso quello che molti hanno definito l'annus horribilis delle rivolte: il 1977: echi sessantottini vibravano di nuovo fra gli studenti, riverberi della lotta di classe animavano il "confronto", cioè il conflitto, fra i sindacati e le imprese, e molti da molte classi sociali si rivoltavano in armi contro avversari politici ed istituzioni. Anche il PCI contesta sempre più fortemente la pregiudiziale che impediva al suo partito di accostarsi alla gestione del Paese. L'iniziativa è lasciata a Giorgio Amendola, rappresentante prestigioso (anche per tradizione familiare) dell'ala moderata del partito e uomo capace di dialogare coi non comunisti, che proclamò che l'ora era suonata per "far parte a pieno titolo del governo". Nel febbraio 1977 fu Ugo La Malfa a dichiarare per primo, pubblicamente, la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta fallì per il dissenso democristiano e socialdemocratico. Il 1978 fu l'anno del destino, per il PCI. Iniziò presto, con un incontro subito dopo Capodanno, fra Berlinguer e Bettino Craxi, al termine del quale fu rilasciata una nota indicativa di ufficiale "identità di vedute", espressione tradotta dagli analisti come una sorta di "via libera" (o di "non nocet") del PSI alle manovre del segretario comunista. Delle quali, già cominciate da molti mesi, si poteva ora parlare anche pubblicamente. Dopo una paziente opera di ricerca di possibili strategie di accesso pur parziale al governo, Berlinguer pareva aver individuato in Aldo Moro l'interlocutore più adatto alla costruzione di un progetto concreto.

 

ALDO MORO E IL PCI

Aldo Moro era il presidente della DC, e condivideva con il segretario del PCI Enrico Berlinguer alcune caratteristiche personali che sembravano predisporre al dialogo: erano entrambi sottili intellettuali, lungimiranti politici ed abili nonché pazienti strateghi. Fu Moro a parlare per primo di possibili "convergenze parallele", sebbene non propriamente in relazione ai desiderata del politico sardo, ma fu lo stesso Moro a mobilitare l'apparato democristiano per verificare la possibilità di convertire ad utile accordo la sterile distanza che sino ad allora aveva diviso DC e PCI. Dai clandestini iniziali contatti, sinché possibile per interposta persona, si passò in seguito ad una minima frequentazione diretta nella quale andava assumendo forma e contenuti il progetto del compromesso storico. Moro individuava nell'alleanza col PCI lo strumento che avrebbe consentito di superare il momento di gravissima crisi istituzionale e di credibilità dello stesso apparato democratico repubblicano (screditato anche dalle campagne comuniste sulla questione morale), coinvolgendo l'opposizione nel governo e dunque assicurando il minimo necessario di consenso perché il Paese potesse sopravvivere a sé stesso in simili ambasce. Nella DC, Berlinguer vedeva invece primariamente (ma non solo semplicemente) quel possibile cavallo di Troia grazie al quale avrebbe potuto portare finalmente il suo partito alla responsabilità di governo. Entrambi, è stato sostenuto, potevano aver condiviso il timore che la crisi in cui versava il Paese potesse dar adito a soluzioni di tipo cileno, come già anni prima paventato dallo stesso Berlinguer. Il compromesso storico, in quest'ottica, poteva porre il paese al riparo da eventuali azioni dell'uno e dell'altro fronte. Ad ogni buon conto, Berlinguer fu intanto ammesso, primo comunista italiano, a lavori para-governativi, come le riunioni dei segretari dei partiti della maggioranza, in qualità di esterno interessato.

 

LA FIDUCIA MANCATA AL GOVERNO ANDREOTTI

Mentre Moro veniva definitivamente prosciolto dagli addebiti giudiziari in relazione allo scandalo Lockheed, che lo aveva infastidito sin da quando aveva cominciato a guardare ad una possibile intesa coi comunisti, si preparava nel marzo del 1978 il governo Andreotti, cui il PCI avrebbe dovuto fornire appoggio esterno (avrebbe cioè dovuto garantire astensione o favore, ma non opposizione), in attesa di una fase successiva nella quale ammetterlo definitivamente ed a pieno titolo nelle coalizioni. Nasceva, questo governo, con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia e Gaetano Stammati, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Andreotti giusto la notte precedente la presentazione alle Camere; insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette perciò sveltamente decidere di ritirare l'appoggio al governo, rinunciando alla partecipazione del PCI alla maggioranza.

 

RAPIMENTO MORO E FIDUCIA CONCESSA

La stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo tanto faticosamente messo insieme, e ad accordi appena infranti, Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intuì immediatamente la "calcolata determinazione" di un attacco che pareva studiato per mandare a monte tutto il lavoro occorso per raggiungere la solidarietà nazionale e propose di concedere a questo pur non accetto governo la fiducia nel più breve tempo possibile, per potergli assicurare pienezza di funzioni in un momento cruciale della democrazia italiana. La fiducia fu dunque votata,e il Pci si astenne nella votazione, ma non senza che Berlinguer precisasse che l'espediente di Andreotti, che suonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, era stato soltanto "superato dagli eventi", la questione non era in realtà affatto chiusa, solo rinviata.

 

RITORNO ALL’OPPOSIZIONE

Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti, ma "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", gli fu risparmiato. Durante il sequestro Moro, il PCI fu tra i più decisi sostenitori del cosiddetto "fronte della fermezza", del tutto contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali avevano chiesto la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella dello statista. Dopo il tragico epilogo della vicenda di Moro, l'unico effetto di rilievo sulla DC parvero le dimissioni di Francesco Cossiga, che era ministro dell'interno. Il PCI restava fuori della maggioranza, Berlinguer non partecipava più alle riunioni a 6, insieme ai segretari del "pentapartito", il governo Andreotti restava dov'era, sempre con Bisaglia e Stammati a bordo. Fu nel giugno del 1978, un mese dopo la morte di Moro, che esplose con inaudita virulenza il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, che grazie ad una campagna cui il PCI aveva già dato un contributo fondamentale (e che a questo punto omise di ritirare), fu costretto alle dimissioni. Oltre al rancore verso Andreotti, cui si doveva un governo diverso da quello concordato (e che avrebbe dovuto presentare dimissioni almeno di cortesia, in caso di elezione di un nuovo capo dello stato), si è supposto che la campagna scandalistica sia stata ulteriormente indurita da Berlinguer per poter far salire al Quirinale qualcuno meno avvinto dalla pregiudiziale anticomunista di quanto non fossero stati i presidenti precedenti. L'elezione di Sandro Pertini, oltre che gradita al PCI, piaceva a molti settori della politica. Da parte dei socialisti, nel cui partito militava, vi era ovviamente la soddisfazione per la nomina di una figura amica, che avrebbe potuto accrescere la capacità di influenza del partito craxiano. Da parte democristiana (dalla quale si era barattata la candidatura con la persistenza al governo), Pertini era ritenuto poco pericoloso, almeno fintantoché fossero proseguiti i buoni rapporti con il Garofano. Ed anche i post-risorgimentali repubblicani, guardavano a possibili riprese di prestigio (e di influenza politica) con un nuovo scenario che premiava con la carica uno degli storici partiti italiani. L'entusiasmo di Berlinguer fu però di breve durata, poiché non solo Andreotti non si dimise, ma addirittura successe a sé stesso, con l'Andreotti quinquies, sul principio dell'anno successivo. Il PCI fu quindi escluso dalle relazioni fra i partiti della maggioranza, e si apprestò a tornare al suo ruolo di opposizione.

 

LA CADUTA DEL MURO

Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, il nuovo segretario Achille Occhetto, succeduto da poco più di un anno ad Alessandro Natta, annuncia a Bologna in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti della sezione Bolognina (da cui la cosiddetta Svolta della Bolognina) la volontà della nuova direzione di iniziare un processo di revisione che collocasse definitivamente il partito fuori dal legame comunista e nell'ambito della socialdemocrazia europea. Davanti alla crisi d'immagine dell'esperienza sovietica, infatti, Occhetto ritiene opportuno convocare un congresso straordinario per dar vita a un nuovo partito. Scoppiano, però, delle polemiche tra i comunisti, dove i filosovietici di Armando Cossutta e molti altri (quasi un terzo) non demordono e prendono le distanze dal progetto del segretario che aveva già proposto un rinnovamento: anche questi vogliono una svolta radicale, ma non fino al punto di vergognarsi di usare il nome "comunista".

 

LO SCIOGLIMENTO DEL PCI E LA NASCITA DEL PDS

Il 3 febbraio 1991, a conclusione del XX Congresso nazionale, il PCI delibera il proprio scioglimento, promovendola costituzione del Partito Democratico della Sinistra (PDS). La componente di sinistra non aderisce alla nuova formazione e insieme ad altre formazioni della sinistra italiana (ad esempio Democrazia Proletaria) dà vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, che poi assume la denominazione di Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Più tardi, nel 1998, il PDS darà origine ai Democratici di Sinistra (DS) con piccolissimi gruppi politici provenienti dal cristianesimo, dal socialismo e anche dal comunismo.

 

RISULTATI ELETTORALI

Il Partito Comunista Italiano è un caso straordinario nella politica europea. Dagli anni cinquanta fino alla fine ha ottenuto una percentuale di voti tale da configurarlo come il più grande partito comunista d'Europa ed eternamente seconda forza politica italiana, ruolo che in Europa spetta di solito ai partiti socialisti. Il suo massimo storico si ebbe nel 1976 (34,4%). Nel 1984, sull'onda emotiva per la morte di Enrico Berlinguer, il PCI operò il primo, e unico, storico sorpasso sulla Democrazia cristiana alle Elezioni europee, diventando il primo partito italiano con il 33,33% contro il 32,97% della Dc. In diverse occasioni, in particolare nel periodo della collaborazione a sinistra tra PCI e PSI (1975-1985), varie importanti città, specie quelle a vocazione industriale, furono amministrate da sindaci del PCI (Roma, Firenze, Genova, Torino, Napoli), oltre a Bologna che ebbe ininterrottamente sindaci comunisti dal 1946 al 1991.

 

 

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